Museo di Roma

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Home > Percorso tattile > Il palazzo
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Giovanni Domenico Porta (1722-1780), Ritratto di Pio VI Braschi, 1776 c.

L’imponente palazzo Braschi, situato nel cuore del rione rinascimentale denominato Parione, fu commissionato da Papa Pio VI (1717-1799) all’architetto Cosimo Morelli.

Nella medesima area sorgeva, nel XV secolo, la casa di Cencio Mosca poi trasformata in uno dei più importanti edifici civili della Roma quattrocentesca da Francesco Orsini, prefetto di Roma, e nel 1501, abitato dal Cardinale Oliviero Carafa, che collocò sull’angolo del palazzo verso piazza di Parione un’antica statua mutila (240-230 a.C.) soprannominata “Pasquino, la più nota tra le “statue parlanti” della città. L’edificio fu successivamente dimora del cardinale Antonio Ciocchi del Monte. Alla fine del Seicento il palazzo tornò in possesso degli Orsini che lo arricchirono di numerosi capolavori d’arte, quindi passò ai principi Caracciolo di Santobono che lo vendettero, nel 1790, alla famiglia Braschi. 

I lavori per la nuova abitazione iniziarono nel 1791, con la demolizione di Palazzo Orsini e di tutte le case circostanti, e si protrasse fino al 1798 quando, a causa dell’occupazione francese di Roma, il papa e il nipote Luigi Onesti Braschi, vennero allontanati dalla città. Molte sculture antiche della collezione della famiglia furono confiscate e gran parte del mobilio messo all’asta.

Luigi, tornato in città dopo l’elezione di Pio VII (1800), riprese i lavori nel palazzo coinvolgendo Giuseppe Valadier (1762-1839) che, con molta probabilità, progettò la cappella al primo piano e collaborò alla realizzazione dello scalone monumentale. Qualche anno più tardi, a causa delle difficoltà economiche, Luigi fu costretto a vendere le rimanenti opere d’arte al Re di Baviera e ad affittare il palazzo, che rimase però di sua proprietà fino al 1870.

L’anno seguente l’immobile fu acquistato dallo Stato e destinato a sede della Presidenza del Consiglio e del Ministero degli Affari Interni; nel 1922 vi si stabilirono una serie di uffici e dal 1930 al 1944 divenne la prima Sede del Partito Fascista e in seguito di una delle numerose bande di repressione denominata “Guardia Armata di Palazzo Braschi “o “Banda Bardi-Pollastrini”.

Finita la Guerra nelle sale dimorarono circa trecento famiglie di sfollati – trasferite nel 1949 alla borgata del Tufello – che causarono danni molto gravi a pavimenti, pareti, volte affrescate, statue, deteriorati a causa del fumo e del calore emanato dai fuochi che venivano accesi e alimentati utilizzando gli infissi e parti del mobilio. Furono inoltre asportate le parti bronzee di porte e camini.

Ormai vuoto ed inutilizzato, l’immobile fu richiesto dal Comune per destinarlo a nuova sede del Museo di Roma nel 1952.

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